SANTI CONIUGI MARTIN ZÉLIE GUÉRIN (1831 - 1877)LOUIS MARTIN (1823 - 1894)
Genitori di S. Teresa di Gesù Bambino
Luigi e Zelia sono stati dichiarati Venerabili, durante l'Anno Internazionale della Famiglia (1994); sono stati beatificati nel 2008 e si spera la loro canonizzazione in occasione del prossimo Sinodo dei Vescovi, che avrà ancora a tema "la famiglia cristiana".
La figlia Teresa aveva già scritto di loro: «Il Signore mi ha dato un padre e una madre più degni del Cielo che della terra»
(LT 261); «Ho avuto la felicità di appartenere a genitori senza eguali»
(MA, 12). E aggiungeva: «Dio mi ha fatto nascere in una terra santa...»
(MA, 11). Scrivendo queste parole Teresa non pensava soltanto alla
particolare bontà dei genitori e alla loro fede generosi ma anche al
fatto che papà e mamma avevano vissuto il loro matrimonio sulla base di
una antecedente vocazione verginale mai dimenticata e mai tradita.
Il primo incontro
Luigi aveva 35 anni, Zelia ne aveva 27:
ambedue così spiritualmente maturi che bastarono loro tre mesi per
conoscersi e prendere la decisione di sposarsi. Celebrarono le nozze in Cattedrale, alla mezzanotte del 13 luglio 1858. All'inizio
avevano quasi pensato a conciliare assieme la vocazione al matrimonio e
la loro antica passione ad appartenere soltanto a Dio, vivendo assieme
come veri sposi, ma verginalmente. Poi il loro confessore li aiutò a
capire che avere dei figli e spendersi interamente per la loro santità,
era la maniera più normale (ma quanto rara!) di unire assieme le due
vocazioni.
Chiamati ad essere famiglia
Ciò che rese questi genitori "esemplari" - cioè modelli di vita cristiana - fu la loro capacità di vivere tutto come offerta:
poiché essi avevano dato la vita in nome del Creatore (questo significa
esattamente "procreare"), la riaffidavano alle Sue mani. Possiamo dire
che i coniugi Martin vissero la generazione e l'educazione dei figli come preghiera:
domanda di un dono, accettazione riconoscente, poi cura affettuosa del
dono ricevuto. Se, in qualche caso, il dono veniva loro nuovamente
richiesto, erano addolorati, ma non si sentivano traditi. Essi realizzarono, dunque, la propria verginità in relazione ai figli,
proprio trovando in essi il luogo della felicità e del dolore -
inestricabilmente congiunti - e i figli furono da essi riconosciuti
nella loro ultima appartenenza a Dio Padre e amati per il loro ultimo
destino.
Luigi Martin era un tipo meditativo e idealista,
che amava in egual misura il silenzio e l'avventura; il ritiro
contemplativo e il viaggiare per paesi sconosciuti; la precisione
matematica e la letteratura romantica. Aveva scelto la professione di orologiaio e passava lunghe ore nel suo laboratorio di precisione, gestendo anche un piccolo negozio di oreficeria. Zelia era una ricamatrice esperta nel celebre merletto di "Alençon", allora molto ricercato, e aveva organizzato un laboratorio, con un piccolo commercio in proprio.
La collaborazione di Luigi non le
mancava certo, ed ella sapeva di poter contare totalmente su di Lui.
Scriveva al proprio fratello: «Io sono sempre felicissima con Luigi.
Egli mi rende la vita molto dolce. È veramente un santo mio marito, ne
auguro uno come lui a ogni donna» (LF, 1). Il loro affetto non si
affievolì mai, tanto che, dieci anni dopo, lei stessa scriveva al
marito, in viaggio per affari:
«Ti seguo in spirito tutta la
giornata; mi dico: In questo momento Luigi fa la tal cosa. Non vedo il
momento di esserti vicina, mio caro Luigi, ti amo con tutto il mio cuore
e sento ancora raddoppiare il mio affetto per la privazione che provo
della tua presenza. Mi sarebbe impossibile vivere lontana da te» (LF, 108).
Da un altra lettera, ancora più bella,
inviata al marito che finalmente stava per tornare, traspare la loro
intimità coniugale fatta di piccole cose e di abituali battute scherzose
che i due si scambiavano, ma con un'affezione totale, rivelata anche
solo dalla firma:
«Quando riceverai questa lettera,
sarò occupata a mettere in ordine il tuo banco da lavoro; non ti dovrai
irritare, non perderò nulla, nemmeno un vecchio quadrante, né un
pezzetto di molla, insomma niente, e poi sarà tutto pulito sopra e
sotto! Non potrai dire che ho soltanto cambiato il posto alla pol¬vere,
perché non ce ne sarà più (...). Ti abbraccio di tutto cuore;
oggi, al pensiero che sto per rivederti, sono tanto felice che non posso
lavorare. Tua moglie che ti ama più della sua vita» (LF, 46).
Ed anche Luigi, quando le scriveva, si firmava: «Il tuo marito e vero amico, che ti ama più della vita».
Dentro questo normale tessuto di vita
s'inserivano, poi, tutti gli atteggiamenti che dai genitori si
riverberavano sui figli: la carità per i poveri, anche a costo di subire a lungo fatiche e fastidi: la solidarietà per i vicini anche nelle situazioni più sgradevoli: il negozio di papà ostinatamente chiuso nei giorni festivi, perché erano giorni in cui Dio solo doveva essere servito; l'atteggiamento della mamma - giusto e materno - verso le operaie
del laboratorio dei merletti e con la domestica. La distribuzione della
paga settimanale era talmente sacra che Zelia non volle rimandarla
neppure il giorno in cui perse un bambino: e la domenica pomeriggio era sempre riservata alla visita delle operaie malate:
molteplici erano i suoi interventi sobri e delicati, nelle situazioni
di necessità, tanto che ella poteva affermare in tutta sincerità:
«tratto le mie operaie come se fossero figlie mie» (LF, 29).
Non le mancò nemmeno l'esperienza più dura da portare, per una madre: quella di una figlia caratteriale (Leonia), che non si sapeva mai come prendere; che passava continuamente da impeti di generosità a incredibili ostinazioni che sconfinavano con l'ottusità: affettuosa e ombrosa se voleva qualcosa la piccola era capace di urlare per intere mezze giornate. In collegio (cioè: a scuola) la definirono «una bambina terribile» fino a che la dimisero.
E Zelia, con assoluta onestà commentò «Quando i nostri figli non sono
come gli altri tocca a noi genitori portarne il peso» (LF 117, nota). I
giudizi della mamma su questa strana figlioletta malriuscita sono lucidi
fino ad essere impietosi («la povera bambina è coperta di difetti come da un mantello. Non si sa come prenderla» - LF, 185), e tuttavia mai ella le assegnò un "destino" diverso: per lei offrì a Dio ogni fatica,
ogni pena, ogni sofferenza, ogni preghiera, purché Egli ne facesse
comunque una santa: «Il buon Dio è così misericordioso che ho sempre
sperato e spero ancora» (ivi). Per anni ella aveva cercato di trovare
l'occasione giusta, il momento opportuno in cui l'atto educativo potesse
raggiungere il suo cuore:
«Questo pomeriggio l'ho fatta venire
accanto a me per farle leggere alcune preghiere, ma presto sì è
stancata e mi ha detto: "Mamma, raccontami la vita di Nostro Signore
Gesù Cristo". Non ero disposta a narrare, ciò mi stanca molto; ho sempre
male alla gola. Infine mi sono fatta forza e le ho raccontato la vita
di Nostro Signore. Quando sono arrivata alla Passione piangeva. Mi ha
fatto piacere scorgere in lei questi sentimenti» (LF, 139).
Il capolavoro educativo di Zelia fu certamente la cura della piccola Teresa, che nacque quando Zelia aveva ormai passato i quarantanni ed era malata. Luigi ne aveva già cinquanta. Quando la piccola non ha ancora tre anni, la mamma racconta divertita: «La piccina è un folletto senza pari, viene ad accarezzarmi, augurandomi la morte: "Oh, come vorrei che tu morissi, mammina mia". La sgridano e lei dice: "Ma è perché tu vada in Cielo,
lo dici sempre che bisogna morire per andarci!"» (LF, 147). A quattro
anni, il pensiero del cielo è ancora familiare, ma già si collega al
problema della salvezza, del bene e del male, del rischio. Racconta
ancora la mamma:
«L'altro giorno Teresa mi domanda se
andrà in Cielo: le dico di sì, se sarà proprio buona; mi risponde: "Sì,
ma se non fossi proprio buona, andrei all'inferno... ma io lo so che
cosa farei: scapperei su con te che saresti in cielo, poi tu mi
stringeresti forte forte tra le braccia. Come farebbe il buon Dio a
prendermi?". Ho letto nei suoi occhi: è convinta che il buon Dio non le
può fare nulla se è tra le braccia della mamma» (LF, 170).
La malattia di Zelia
Intanto pero la salute di Zelia deperiva a vista d'occhio.
Le ghiandola al seno che da tempo la faceva soffrire, s'era ingrossata
ancora e le dava fitte sempre più dolorose. Dopo i primi esami, il
medico confermò che la situazione era molto grave e non c'era molto da
sperare da un intervento chirurgico. Alla vigilia di Natale del 1876 si recò da uno specialista di Lisieux, ma ne ebbe una diagnosi ancora più funesta. Ne scrisse al manto:
«Mettiamoci nelle mani del buon Dio,
egli sa meglio ci noi quello che ci occorre: "È lui che fa la ferita e
che la fascia".. Non sto volentieri che con te, mio caro Luigi» (LF,
170). Ai chiudersi di quel tragico ultimo dicembre della sua vita,
poteva affermare: «Sono come i bambini che non si preoccupane dei
domani, aspetto sempre la felicità» (LF, 180).
L'educazione delle ragazze, soprattutto
della piccola Teresa, era l'eredita più cara che Zelia lasciava al suo
Luigi, che aveva ormai 54 anni. Consultandosi con le figlie più grandi,
egli decise di trasferire la famiglia a Lisieux, in
modo che le ragazze potessero crescere almeno sotto gli discreti e
materni della zia, una donna saggia e generosa che poteva in parte
colmare l'assenza della madre. Luigi Martin ebbe la vocazione e il dono di incarnare l'infinita e dolce paternità di Dio
nella sua quotidiana e affascinante paternità umana, in modo che
l'immagine e la somiglianza quasi si confondessero con l'originale.
Da Alençon a Lisieux
A Lisieux la vita familiare scorreva in
modo che gli aspetti naturali e quelli soprannaturali si amalgamavano
tra loro senza discontinuità ne forzature: il naturale era vissuto
soprannaturalmente, il soprannaturale era vissuto naturalmente. Ogni
persona, ogni avvenimento, le cose stesse svolgevano la loro naturale funzione di segno
(tutto cioè rimandava a qualcosa di più grande", di "più vero", di "più
buono" e di "più bello", e questo "rimando" veniva abitualmente colto) e di sacramento (tutto comunicava un po' di "grazia ai Dio").
Questo non significa che la vita familiare fosse priva di problemi. Teresa, ad esempio, dalla morte della mamma non era più la bambina felice e impetuosa, espansiva e ostinata di un tempo: era divenuta timida, ipersensibile, facile al pianto e alle malattie.
Ma a salvarla ci fu proprio l'ambiente custodito dal padre: «Ero
circondata dagli affetti più delicati. Il cuore così tenero di papà
aveva aggiunto, all'amore che già possedeva, anche un amore veramente
materno» (MA, 45).
Il cuore della domenica era senza dubbio la Messa solenne:
per la bambina le funzioni erano certo troppo lunghe e le prediche
spesso incomprensibili, anche se si sforzava di ascoltare: «Io pero guardavo più papà che il predicatore,
e il suo bel volto mi diceva tante cose. A volte i suoi occhi si
facevano lucidi di commozione, ed egli si sforzava di trattenni e le
lacrime, sembrava non essere più legato alla terra, tanto la sua anima
si immergeva nelle verità eterne...» (MA. 60). Che esperienza preziosa
dev'essere, per una bambina, osservare il padre che davanti a Dio si
commuove come un bambino! La preghiera comune della sera chiudeva la giornata,
e Teresa - cui spettava sempre il posto più vicino al papà - annota:
«Mi bastava guardarlo per sapere come pregano i san ti!» (MA, 63).
Tutto in quella casa evocava la paternità di Dio
e la sua dimora celeste: a fine anno scolastico (anche se gli stadi
avvenivano tutti in famiglia) c'erano gli esami davanti al papà, poi la
lettura dei risultati, poi la premiazione: «Il cuore mi batteva forte
forte, quando ricevevo il premio e la corona: per me era come Immagine
del giudizio universale» (MA, 67). Luigi Martin trattò l'umanità delle
sue cinque figlie in modo da rendere loro sensibile, quotidiana e
affascinante la fede nella paternità di Dio. E ne ebbe in cambio un
attaccamento e una stima sconfinati.
Racconta Teresa: «Non potevo nemmeno pensare, senza fremere, che papà poteva morire. Una volta era salito sopra una scala e, poiché io rimanevo lì sotto, mi gridò: "Allontanati, piccolina, ché se cado ci schiaccio!". All'udire ciò provai una rivolta interiore, invece di allontanarmi mi appiccicai alla scala pensando: "Almeno se papà cade non avrò il dispiacere di vederlo morire, morirò con Ivi!"» (MA, 72).
Racconta Teresa: «Non potevo nemmeno pensare, senza fremere, che papà poteva morire. Una volta era salito sopra una scala e, poiché io rimanevo lì sotto, mi gridò: "Allontanati, piccolina, ché se cado ci schiaccio!". All'udire ciò provai una rivolta interiore, invece di allontanarmi mi appiccicai alla scala pensando: "Almeno se papà cade non avrò il dispiacere di vederlo morire, morirò con Ivi!"» (MA, 72).
«Non posso dire quanto bene volevo a papà; tutto in lui mi destava ammirazione;
quando mi spiegava i suoi pensieri (come se fossi stata una bambina
grande) gli dicevo ingenuamente che se egli avesse detto quelle cose
agli uomini di governo, certa¬mente lo avrebbero preso per farlo Re, e
la Francia sarebbe stata felice come non lo era stata mai...!» (MA, 72).
In una lettera che la primogenita, Maria, scrisse un giorno al padre, si legge: «In questa vita tu sei, con Gesù, il Paradiso delle tue figlie».
Le figlie chiamate al Carmelo
Non è strano che, in una simile
famiglia, le vocazioni verginali sbocciassero una dopo l'altra, dato che
esse dipendono sempre da un acuto senso della paternità di Dio e da una
affezione sponsale al suo Santo Figlio Gesù. La prima a partire per il Carmelo fu Paolina, la secondogenita ventenne che si dedicava particolarmente all'educazione di Teresa. Poi partì la primogenita, Maria, sulle cui spalle posava la conduzione della casa. A questo punto non era difficile per Luigi Martin intuire che anche Teresa avrebbe seguito col tempo la stessa strada.
Per fortuna c'era ancora tanto tempo, dato che la beniamina della
famiglia aveva solo quattordici anni. Egli ne aveva ormai sessantatré,
ed era di salute malferma.
Qualche mese dopo l'ingresso di Maria al Carmelo, venne colpito da un attacco di congestione cerebrale, con una emiplegia per fortuna passeggera. Era appena guarito che Teresa, in un bel pomeriggio di Pentecoste del 1887, gli chiedeva la grazia straordinaria di poter entrare al Carmelo a quindici anni.
«Gli confidai il mio desiderio di entrare al Carmelo... egli non disse nemmeno una parola per distogliermi dalla mia vocazione:
si limitò a farmi osservare che ero troppo giovane per prendere una
decisione così grave. Ma io difesi cosi bene la mia causa che papà, con
la sua natura semplice e retta, fu ben presto convinto che il mio
desiderio era quello di Dio stesso e. nella sua fede profonda, esclamò che Dio gli faceva un grande onore a domandargli così le sue figlie...
Papà sembrava possedere quella gioia tranquilla che viene dal
sacrificio compiuto, e mi parlò come un santo... S'avvicinò al muro del
giardino e mi mostrò che tra le pietre cresceva un piccolo fiore bianco, simile a un giglio in miniatura, lo prese e me lo regalò spiegandomi con quale cura Dio lo aveva fatto crescere e l'aveva conservato fino a quel giorno. Ascoltandolo mi pareva di sentire raccontare la mia storia,
talmente grande era la rassomiglianza con quello che Gesù aveva fatto
con la mia anima. Ricevetti quel fiore come una reliquia e vidi che
cogliendolo papà l'aveva tolto con tutte te radici, sembrava destinato a
essere trapiantato in un altra terra più fertile...» (MA. 143).
Fu Luigi ad accompagnare la figlia dal Vescovo (cui toccava decidere) e costui si sforzò di convincere la fanciulla ad attendere, credendo tra l'altro di prendere le parti del papà: restò stranito quando vide che Luigi perorava la causa di Teresa.
Non ottennero nulla, ma in Curia commentarono «che non si era mai
veduta una cosa simile: una figlia tanto desiderosa di offrirsi a Dio,
quanto il padre lo era di donargliela».
Presero parte allora a un pellegrinaggio diocesano a Roma, dove Teresa, contravvenendo a tutte le disposizioni, durante l'udienza si aggrappò alle vesti del vecchio Papa Leone XIII per implorare il suo alto consenso. «Entrerete, se Dio lo vuole», le rispose il Papa. Mentre ella tentava ancora di spiegarsi il vecchio Pontefice posò la sua mano sulle labbra della fanciulla e poi l'alzò per benedirla. Quando gli si inginocchiò davanti Luigi Martin - presentato come il padre di due carmelitane - il Papa posò la sua mano sulla testa venerabile di quell'anziano signore. Teresa vide in quei due gesti un presagio. Dio voleva davvero consacrare a sé la figlia e il papà: e ambedue avrebbe offerto solennemente la vita.
Presero parte allora a un pellegrinaggio diocesano a Roma, dove Teresa, contravvenendo a tutte le disposizioni, durante l'udienza si aggrappò alle vesti del vecchio Papa Leone XIII per implorare il suo alto consenso. «Entrerete, se Dio lo vuole», le rispose il Papa. Mentre ella tentava ancora di spiegarsi il vecchio Pontefice posò la sua mano sulle labbra della fanciulla e poi l'alzò per benedirla. Quando gli si inginocchiò davanti Luigi Martin - presentato come il padre di due carmelitane - il Papa posò la sua mano sulla testa venerabile di quell'anziano signore. Teresa vide in quei due gesti un presagio. Dio voleva davvero consacrare a sé la figlia e il papà: e ambedue avrebbe offerto solennemente la vita.
L'offerta a Dio
Luigi capiva d'esser rimasto solo con se stesso (anche Celina - che gli era rimasta provvisoriamente accanto, come una madre, per accudirlo nella vecchiaia e nella malattia - attendeva di realizzare la stessa vocazione delle sorelle): ora egli poteva e doveva compiere la sua missione terrena di Padre, dando alle figlie l'ultimo e più grande esempio evangelico: quello di tornare, lui, come un bambino nelle braccia del suo Dio.
Un giorno durante una visita al Monastero si lasciò sfuggire questa confidenza: «Figliole, torno da Alençon, dove ho ricevuto, nella chiesa di "Notre-Dame" grazie tanto grandi e tali consolazioni che ho fatto questa preghiera: 'Mio Dio, e troppo! Sono troppo felice, non posso venire in cielo così, voglio soffrire qualcosa per Te. E mi sono offerto...». Non osò continuare davanti alle figlie, ma tutte avevano compreso che si era offerto a condividere il mistero della passione di Cristo.
Un giorno durante una visita al Monastero si lasciò sfuggire questa confidenza: «Figliole, torno da Alençon, dove ho ricevuto, nella chiesa di "Notre-Dame" grazie tanto grandi e tali consolazioni che ho fatto questa preghiera: 'Mio Dio, e troppo! Sono troppo felice, non posso venire in cielo così, voglio soffrire qualcosa per Te. E mi sono offerto...». Non osò continuare davanti alle figlie, ma tutte avevano compreso che si era offerto a condividere il mistero della passione di Cristo.
Gli toccò la sofferenza più amara: due attacchi di paralisi, a cui si legarono fenomeni temporanei, ma sempre più frequenti, di degenerazione psichica:
perdita di memoria, difficoltà di linguaggio, allucinazioni, idee
fisse, timori ingiustificati, periodi di depressione e di esaltazione,
voglia di fuggire lontano e di nascondersi. Il tutto dovuto
probabilmente ad arteriosclerosi, accompagnata da crisi acute di uremia,
che allora non si sapeva come controllare. Nei momenti di lucidità si sentiva umiliato,
ma diceva: «Tutto per la maggior gloria di Dio!». Nella sua mente si
mescolavano progetti irragionevoli e impeti di santità. Quando lo
riportarono a casa dopo un lungo viaggio senza meta, compiuto in stato
confusionale, alla figlia che gliene domandava il perché rispondeva:
«Volevo andare ad amare Dio con tutto il cuore!». I suoi sogni
vocazionali giovanili riaffioravano e si mescolavano con i turbamenti
provocati dalla malattia.
Ma tutto sembrava avere una duplice dimensione: alla superficie l'umiliazione della demenza, al fondo il mistero della croce.
Così, quando Luigi seppe che in cattedrale si raccoglievano offerte per
un nuovo altare maggiore, si recò a offrire lui l'intera enorme somma:
diecimila franchi d'oro. Il gesto fu attribuito all'irresponsabilità
provocata dal suo precario stato di salute, ma Teresa dal chiostro
rivendicava il sacro diritto del Padre: egli aveva offerto a Dio le sue
figlie e ora stava offrendo se stesso, era giusto che fosse lui ad
offrire anche l'altare!
Riacquistò la piena lucidità per la festa della "Vestizione" (inizio del noviziato) di Teresa.
Quel giorno fu un trionfo: la figlia in abito da sposa uscì
simbolicamente per un istante dalla clausura e, al braccio del babbo,
finalmente radioso, entrò solennemente nella cappella del monastero.
Per restare a contatto con gli altri malati aveva rifiutato l'appartamentino privato che avrebbe potuto permettersi,
e ciò che riceveva in dono dai parenti lo distribuiva come se fosse di
tutti. Un giorno la suora gli disse che in quell'ospedale egli poteva
fare del bene a tanti altri malati che erano senza fede: «Voi potete
essere un apostolo!». «È vero - rispose Luigi - ma avrei preferito
esserlo in un posto diverso; e tuttavia questa è la volontà del buon
Dio. Credo che sia per farmi vincere il mio orgoglio». In un altro
momento di lucidità spiegò al medico: «Io sono sempre stato abituato a
comandare, ed ora mi vedo ridotto ad obbedire. Ma so perché il Buon Dio
mi ha dato questa prova non avevo mai avuto umiliazioni nella mia vita e
occorreva che ne avessi una...».
Fu in seguito a questi avvenimenti che Teresa modificò il suo nome religioso e cominciò a firmare le sue lettere: Teresa del Bambino Gesù del Volto Santo, così, senza interruzione, quasi a dire che il mistero dell'infanzia evangelica al quale si era consacrata si compiva ora nel mistero del figlio sofferente, come accadde a Gesù quando lo deposero dalla croce e lo adagiarono nel grembo della madre addolorata. «Il Signore ama papà incomparabilmente di più di quanto lo amiamo noi. Papà è il piccolo bambino del buon Dio» (LT, 91), scriveva Teresa dal monastero. E difatti Luigi Martin sembrava abbandonarsi ogni giorno di più, totalmente indifeso, nelle mani di Dio.
Durante la sua ultima visita al monastero, il papà e le figlie poterono soltanto guardarsi e piangere,
perché il malato riusciva a pronunciare solo qualche monosillabo, e
ogni discorso l'avrebbe inutilmente agitato. Alla fine gli dissero solo:
«Arrivederci» ed egli alzò gli occhi, indicò in alto col dito e restò
così a lungo, poi riuscì faticosamente a sillabare: «In cielo!».
In famiglia era assistito come si
assiste un santo. Egli aveva ancora dei momenti buoni, e tutti vedevano
che l'orientamento del cuore e della mente era sempre immutato. «Chiedi a
S. Giuseppe che io possa morire da santo» - sussurrò un giorno alla
figlia Leonia che lo accudiva.
Morì il 29 luglio 1894, a 71 anni
di età, guardando fissamente la figlia che accanto a lui recitava la
bella preghiera che comincia: «Gesù Giuseppe e Maria vi dono il cuore,
la vita e l'anima mia...».
Confidò Teresa: «La morte del babbo non
mi fa l'effetto di una morte, ma di una vera vita. Lo ritrovo dopo sei
anni di assenza, lo sento intorno a me che mi guarda, mi protegge» (LT,
170). E volle comporre una lunga poesia intitolata: «Preghiera della
figlia di un Santo», per raccomandare a lui una per una tutte le sorelle
e se stessa, e affidargli tutti i loro ricordi.
Al Carmelo conservavano come una reliquia l'ultimo biglietto che il papà aveva inviato alcuni anni prima, e che era come la sintesi di tutta la loro storia familiare: «Tengo a dirvi, mie care figlie, che sono spinto a ringraziare e a farvi ringraziare il buon Dio, perché sento che la nostra famiglia, benché umilissima, ha l'onore di essere nel numero delle privilegiate dal nostro adorabile Creatore» (L 16).
di P. Antonio M. Sicari ocd
da \ carmeloveneto.it
Commenti
Posta un commento