Don Paolo Zamengo SDB - Dov’è la mia stanza? Mc 14, 12-16.22-26




Andate in città e dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Dov’è la mia stanza? Quella di Gesù, non è una pretesa, tanto meno per sé. È il desiderio di celebrare la Pasqua con i suoi. Gesù desidera ardentemente quella stanza perché in essa vuole donare la sua vita, ricongiungere l’uomo a Dio. E lo farà con il segno del pane e del vino e diventerà una sola carne, un tutt’uno, con i suoi discepoli.

Senza quella Cena noi non saremo qui né oggi né mai. Non ci troveremo insieme. Saremo figli di Dio dispersi, ognuno a vagare per la sua strada. Ma ci raduna una memoria. Ci salva una memoria.

In questa stanza, Gesù celebra, finalmente, la nuova alleanza tra Dio e l’uomo, la salvezza per l’uomo, la liberazione dalla schiavitù della menzogna del peccato e della morte. Non c’è stanza più preziosa di questa. Dio la cercava da tutta l’eternità e la cercava l’uomo per ritrovare il suo Dio.

La prima alleanza, nei giorni della creazione, era un patto di reciproca fedeltà, un patto a due. La nuova alleanza è Dio che si fa uomo. E’ la storia di Dio che si immedesima nella storia dell’uomo. È Dio che dona la propria vita  all’uomo. E’ Dio che si fa pane e una sola carne con l’uomo.

Questa nuova alleanza è la definitiva, l’ultima, perché nulla di più grande può essere offerto.  È la sua stanza. È la stanza più preziosa per Cristo: in essa si compie la sua missione, la volontà del Padre. Ed è la stanza più preziosa per noi, la stanza dove capiamo che la salvezza non arriva da un Dio forte e lontano ma da un Dio che, in un pezzo di pane, si fa frammento perché nessuno, proprio nessuno, possa essere escluso dalla comunione con lui.

È il vertice della piccolezza di Dio che ci rivela che non c’è amore più grande. Questo pezzo di pane è un pane trasfigurato. Trasfigurato da un amore che più grande non c’è. È la stanza dove l’uomo comprende la sua storia, il proprio destino e la propria dignità. È la stanza in cui, guardando come Dio ama, impariamo ad amare il fratello.  È la stanza del miracolo inesauribile.

Dov’è la mia stanza? È la domanda di Gesù alle nostre città perché lui non ha altro interesse che la comunione con ogni uomo della terra. Vuole essere salvezza per tutti. Dov’è la mia stanza? È la domanda che invita anche noi a creare spazi sempre aperti e occasioni di adorazione eucaristica.

E le risposte che troviamo davanti l’Eucarestia sono la ragione per cui stiamo bene nella sua stanza.


Lo spaventapasseri

Una volta un cardellino fu ferito a un'ala da un cacciatore. Per qualche tempo riuscì a sopravvivere con quello che trovava per terra. Poi, terribile e gelido, arrivò l'inverno.
Un freddo mattino, cercando qualcosa da mettere nel becco, il cardellino si posò su uno spaventapasseri. Era uno spaventapasseri molto distinto. Aveva il corpo di paglia infagottato in un vecchio abito da cerimonia; la testa era una grossa zucca arancione; i denti erano fatti con granelli di mais; per naso aveva una carota e due noci per occhi.

«Che ti capita, cardellino?», chiese lo spaventapasseri, gentile come sempre.
«Va male - sospirò il cardellino -. Il freddo mi sta uccidendo e non ho un rifugio. Per non parlare del cibo. Penso che non rivedrò la primavera». «Non aver paura. Rifugiati qui sotto la giacca. La mia paglia è asciutta e calda». Così il cardellino trovò una casa nel cuore di paglia dello spaventapasseri.

Restava il problema del cibo. Era sempre più difficile per il cardellino trovare bacche o semi. Un giorno in cui tutto rabbrividiva sotto il velo gelido della brina, lo spaventapasseri disse dolcemente al cardellino: «Cardellino, mangia i miei denti: sono ottimi granelli di mais».
«Ma tu resterai senza bocca».
«Sembrerò molto più saggio».
Lo spaventapasseri rimase senza bocca, ma era contento che il suo piccolo amico vivesse. E gli sorrideva con gli occhi di noce.
Dopo qualche giorno fu la volta del naso di carota.
«Mangialo. È ricco di vitamine», diceva lo spaventapasseri al cardellino.
Toccò poi alle noci che servivano da occhi. «Mi basteranno i tuoi racconti», diceva lui.
Infine lo spaventapasseri offrì al cardellino anche la zucca che gli faceva da testa.

Quando arrivò la primavera, lo spaventapasseri non c'era più. Ma il cardellino era vivo e spiccò il volo nel cielo azzurro.

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