SAN GIOVANNI DELLA CROCE
1542 - 1591
Dottore della Chiesa
Padre Riformatore dei Carmelitani Scalzi
Patrono della Provincia Veneta dei Carmelitani Scalzi
Solennità, 14 dicembre
La nascita
Era stato diseredato e, così, era
stata Caterina a doverlo accogliere nella sua umile casetta e ad
insegnargli il mestiere di tessitore. Erano nati tre bambini, ma il papà
li aveva lasciati troppo presto, vittima di una epidemia mortale. Anche
uno dei bambini morì di stenti. Giovanni, il più piccolo – che porterà per tutta la vita i segni della denutrizione patita – fu ospitato in un collegio per orfani, dove gli fu almeno concesso di studiare. Contemporaneamente, per mantenersi, faceva l’inserviente in un ospedale per sifilitici a Medina del Campo.
Una infanzia “infelice”, si direbbe, e una adolescenza aggravata dagli
stenti. E invece, proprio dal clima povero, ma dolce e intenso, che
respirò in famiglia, Giovanni trasse quella certezza che avrebbe
rischiarato tutta la sua esistenza: comprese, cioè, che la vita può essere una sublime avventura d’amore,
benché sia così spesso impregnata di sofferenze. Pur senza disprezzare
l’amore umano, egli si sentiva inclinato a scoprire le meraviglie
dell’amore che Cristo ha rivelato e promesso a chi Lo segue.
L’ingresso in convento
A 21 anni chiese, dunque, di entrare nel convento carmelitano di Medina, iniziandovi gli studi che l’avrebbero condotto fino al sacerdozio. Poté così frequentare la prestigiosa Università di Salamanca.
Lo studio affascinava la sua intelligenza acuta e argomentativa, mentre
la preghiera e l’ascesi lo affinavano interiormente e fisicamente. A
tale scopo aveva scelto per sè una cella piccola e buia, solo perché aveva una finestrella che guardava sul presbiterio della Chiesa: là passava lunghe ore, assorto nella contemplazione del tabernacolo.
Quando fu ordinato sacerdote, aveva
quasi deciso di dedicarsi a una forma di vita ancora più austera e
solitaria (quella dei Certosini), ma fu proprio in occasione della sua Prima Messa, celebrata a Medina, che gli accadde di incontrare Santa Teresa d’Avila.
Fu lei, col prestigio della sua santità e della sua maturità, a
coinvolgerlo nella sua missione di Riformatrice dell’antico Ordine
Carmelitano.
Fu Teresa stessa a tagliare e cucire per lui un umile abito di lana grezza, e ad aiutarlo nella prima organizzazione di un poverissimo conventino a Durvelo, tra un gruppetto di case coloniche, sperduto nella campagna. Qui cominciò la storia dei primi “carmelitani scalzi”
(cioè “riformati”), che vivevano in una solitudine quasi eremitica,
interrompendo la preghiera solo per prendere un po’ di cibo e per andare
nelle borgate vicine a predicare ai contadini, privi di ogni assistenza
religiosa. Ma Giovanni non poté restare a lungo in quella beata
solitudine. Presto fu necessario fondare altri conventi (e a lui veniva sempre affidato l’incarico di educatore dei giovani religiosi).
Alla scuola di Teresa d’Avila
Poi Teresa lo volle con sé ad Avila,
per farsi aiutare nella formazione delle monache, di cui era priora. Ma
l’attività dei due Riformatori non era ben vista da tanti altri frati e
monache che si ritenevano quasi offesi dalla loro azione, e c’era chi
li accusava di ribellione e di disobbedienza ai Superiori dell’Ordine.
Allora le comunicazioni erano difficili e le notizie tendenziose si
diffondevano facilmente. Così proprio il mite ed umile Giovanni della Croce fu accusato ingiustamente d’essere un ribelle e “incarcerato” nel grande convento di Toledo, dove fu rinchiuso in un bugigattolo umido e buio. Vi restò quasi nove mesi:
trattato a pane e acqua, con una sola tonaca che gli marciva addosso,
mentre i pidocchi lo divoravano e la febbre lo consumava. Ma in quella terribile “notte oscura” Dio lo avvolse di luce e di amore.
Scrittore mistico e teologo
Dal cuore straziato di Giovanni della Croce nacquero, così, le più calde e luminose poesie d’amore che siano mai state scritte in lingua spagnola. Egli le componeva a memoria,
per esprimere il grido dell’anima che cerca Dio, come una fidanzata
cerca il suo Amato, dal quale si è sentita improvvisamente abbandonata.
Nella notte del carcere, lungo quei terribili mesi, Giovanni iniziò così
il suo cammino verso il cuore della Sacra Scrittura, dove si trova
incastonato il Cantico dei Cantici: la parola d’amore che Dio ha
rivelato al suo popolo e alla sua Chiesa. Anche il nostro prigioniero
compose, dunque, il suo Cantico Spirituale: quasi un commento poetico
del testo biblico, ricreato con ricchezza di immagini, di colori, di
suoni, di paesaggi, di ricordi, di appassionate invocazioni.
Quando, dopo nove mesi, riuscì a fuggire dal carcere,
portò con sé un quadernetto dove aveva trascritto quei versi che
l’avevano aiutato a credere, a sperare, e ad amare… Passò gli anni
successivi, ricoprendo quasi sempre l’ufficio di Superiore, generalmente amato e stimato,
anche se tenuto un po’ in secondo piano, ricercato da coloro che
volevano essere guidati nel cammino verso Dio. A loro (soprattutto alle
monache, ma anche a dei laici), Giovanni della Croce spiegava le
esigenze ardenti dell’amore di Dio, e lo faceva con lo stile che aveva
imparato in prigione: scrivendo delle poesie e commentandole,
rifacendosi continuamente agli insegnamenti della Sacra Scrittura e alla
sua personalissima esperienza. «L’anima innamorata – insegnava Giovanni – è un’anima dolce, mite, umile e paziente».
A tutti egli ricordava che «un pensiero dell’uomo vale più del mondo
intero e perciò soltanto Dio ne è degno!». Insegnava con decisione l’esigente cammino della “nuda fede” che non vuole null’altro se non Dio.
Soprattutto i monasteri fondati da Teresa si protendevano
connaturalmente ad accogliere e desiderare la guida di Giovanni della
Croce e alle anime contemplative egli ripeteva le sue bellissime poesie
(e ne componeva di nuove) e poi tentava di darne una spiegazione, un
commento, utilizzando tutta la teologia che aveva studiato, (e Giovanni
aveva un’intelligenza e una forza argomentativa straordinarie) nel
tentativo di spiegare l’indicibile. Al Cantico spirituale si aggiunsero prima la Notte oscura, poi la Fiamma viva d’Amore, con i relativi commenti,
che lasciò quasi tutti incompleti. Sul finire della vita si trovò
nuovamente avvolto dalle tenebre della sofferenza e dell’abbandono. Non
tutti riuscivano a capire quella sua incredibile dolcezza pur mescolata a
tanta inflessibilità, quando ne andavano di mezzo i diritti di Dio e il
rispetto dovuto alla verità. Così qualcuno si spinse fino a calunniarlo, nel tentativo di screditarlo presso i superiori.
Ad una monaca che voleva prendere le sue difese, Giovanni disse: «Non
pensi ad altro se non che tutto è disposto da Dio. E dove non c’è amore,
metta amore e ne riceverà amore».
Proprio in quei tristi anni egli stava
commentando la sua ultima opera, quella Fiamma viva d’Amore, che è tutto
un divampare di carità. Nonostante le sofferenze fisiche e morali in
cui era immerso, egli poteva cantare l’amore di Dio e per Dio, divenuto
un possesso totale e ardente e descrivere, per esperienza, l’abbraccio
di amore più intenso che sia possibile in questa terra, quando solo un
ultimo, leggerissimo velo che sta per lacerarsi separa la creatura dalla
vita eterna.
La morte
di P. Antonio Maria Sicari ocd
da \ carmeloveneto.it
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