L'anno della siccità nel Burkina Faso
Piero Gheddo
IL VANGELO DELLE 7 e 18

Raccolta dei testi trasmessi alla radio nel 1988
per la rubrica "Parole di Vita"
Ieri, iniziando questo mio ciclo di conversazioni, mi sono presentato come missionario e giornalista e vi ho promesso di raccontarvi ogni giorno un episodio della mia vita, che mi ha particolarmente colpito e fatto riflettere. Dobbiamo sempre imparare da quanto ci succede, perché è Dio che si rivela nella realtà quotidiana, che ci provoca e ci chiama.
Tre anni fa mi trovavo in Burkina Faso, paese africano appena a sud del deserto del Sahara, che un tempo si chiamava Alto Volta. Forse qualcuno ricorda che qui Fausto Coppi, venuto in vacanza nel 1960 per una partita di caccia grossa, contrasse la malaria che lo portò rapidamente alla tomba. Il Burkina è oggi uno scatolone di polvere e sabbia, con le stentate foreste della zona pre-desertica. 111985 era l'anno della grande siccità, non aveva piovuto per otto mesi di seguito: ho visto villaggi abbandonati e invasi dalla sabbia, terreni bruciati dal sole, alberi senza foglie e pozzi senz'acqua. Migliaia di persone che avevano perso tutto. E poi tanta gente morire di sete e di fame. Pare impossibile che a poche ore d'aereo dall'Italia vi siano situazioni così drammatiche: da noi troppa abbondanza, in certe parti dell'Africa troppa miseria. Ambedue situazioni disumane.
Un mattino presto, alla missione di Nanorò, vedo giungere due uomini e una donna anziana con un bambino in braccio. Sono della tribù dei Mossi, fieri pastori e coltivatori di miglio. Hanno camminato per otto ore nella notte e nel primo chiarore dell'alba, quando il sole non è ancora scottante: di giorno si arriva a 45-48 gradi all'ombra. La donna dice: «Questo mio nipotino di tre mesi sta morendo di fame e di sete. Sua madre è morta pochi giorni fa, l'abbiamo portato alla missione. Aiutateci".
Le suore accolgono la nonna, il bambino, i due uomini. Danno da mangiare agli adulti e suor Maria, con un cucchiaino, cerca di far bere un po' d'acqua e latte a quel bambino ridotto a pelle e ossa. Non ci riesce. Allora la nonna dà il suo seno avvizzito da succhiare al bambino e la suora introduce nella piccola bocca un po' di acqua e latte con una siringa di plastica senza l'ago.
Il bambino purtroppo muore nel pomeriggio. Mentre lo osservo dibattersi nell'agonia senza poterlo aiutare, povero ragnetto nudo, penso: «Perché io ho ricevuto da Dio tanti doni, salute, intelligenza, cibo, istruzione, vestiti, casa, assistenza sanitaria, mentre questo bambino non ha ricevuto nulla? Non siamo tutti e due figli di Dio allo stesso modo? Non ci vuole Dio bene allo stesso modo? Perché a me tutto e a lui niente?"
È l'interrogativo che dobbiamo porci tante volte nella vita, incontrando persone ammalate, handicappate, sfortunate, provate dalla vita, piene di dolori e di sventure.
La risposta è facile e viene dal Vangelo: «Amerai il prossimo tuo come te stesso", dice Gesù (Luc. 10, 27). Questo è il «comandamento nuovo" in base al quale saremo giudicati, perché «questa è tutta la Legge e i Profeti" (Matt. 7, 12).
In altre parole, tutto quello che ho ricevuto dalla vita, da Dio, dai genitori, dalla fortuna di nascere in Italia, non è mio, mi è dato solo in uso, ma appartiene a tutti gli uomini. lo ho ricevuto tanto, perché possa aiutare chi ha ricevuto di meno. Certo, noi dobbiamo vivere anzitutto la nostra vita, pensare alla nostra famiglia, ma anche aprire il cuore alle necessità di tutti. L'egoista non è mai felice e la mia felicità sta nel far felici gli altri.
Lo dico a tutti i genitori: se volete che i vostri figli siano felici, non insegnate loro a essere prepotenti, a occupare i primi posti, a fare carriera, a guadagnare molti soldi. Insegnategli a essere buoni. Perché «Dio è con l'uomo buono» (2 Cr. 19, 11).
IL VANGELO DELLE 7 e 18
Raccolta dei testi trasmessi alla radio nel 1988
per la rubrica "Parole di Vita"
Ieri, iniziando questo mio ciclo di conversazioni, mi sono presentato come missionario e giornalista e vi ho promesso di raccontarvi ogni giorno un episodio della mia vita, che mi ha particolarmente colpito e fatto riflettere. Dobbiamo sempre imparare da quanto ci succede, perché è Dio che si rivela nella realtà quotidiana, che ci provoca e ci chiama.
Tre anni fa mi trovavo in Burkina Faso, paese africano appena a sud del deserto del Sahara, che un tempo si chiamava Alto Volta. Forse qualcuno ricorda che qui Fausto Coppi, venuto in vacanza nel 1960 per una partita di caccia grossa, contrasse la malaria che lo portò rapidamente alla tomba. Il Burkina è oggi uno scatolone di polvere e sabbia, con le stentate foreste della zona pre-desertica. 111985 era l'anno della grande siccità, non aveva piovuto per otto mesi di seguito: ho visto villaggi abbandonati e invasi dalla sabbia, terreni bruciati dal sole, alberi senza foglie e pozzi senz'acqua. Migliaia di persone che avevano perso tutto. E poi tanta gente morire di sete e di fame. Pare impossibile che a poche ore d'aereo dall'Italia vi siano situazioni così drammatiche: da noi troppa abbondanza, in certe parti dell'Africa troppa miseria. Ambedue situazioni disumane.
Un mattino presto, alla missione di Nanorò, vedo giungere due uomini e una donna anziana con un bambino in braccio. Sono della tribù dei Mossi, fieri pastori e coltivatori di miglio. Hanno camminato per otto ore nella notte e nel primo chiarore dell'alba, quando il sole non è ancora scottante: di giorno si arriva a 45-48 gradi all'ombra. La donna dice: «Questo mio nipotino di tre mesi sta morendo di fame e di sete. Sua madre è morta pochi giorni fa, l'abbiamo portato alla missione. Aiutateci".
Le suore accolgono la nonna, il bambino, i due uomini. Danno da mangiare agli adulti e suor Maria, con un cucchiaino, cerca di far bere un po' d'acqua e latte a quel bambino ridotto a pelle e ossa. Non ci riesce. Allora la nonna dà il suo seno avvizzito da succhiare al bambino e la suora introduce nella piccola bocca un po' di acqua e latte con una siringa di plastica senza l'ago.
Il bambino purtroppo muore nel pomeriggio. Mentre lo osservo dibattersi nell'agonia senza poterlo aiutare, povero ragnetto nudo, penso: «Perché io ho ricevuto da Dio tanti doni, salute, intelligenza, cibo, istruzione, vestiti, casa, assistenza sanitaria, mentre questo bambino non ha ricevuto nulla? Non siamo tutti e due figli di Dio allo stesso modo? Non ci vuole Dio bene allo stesso modo? Perché a me tutto e a lui niente?"
È l'interrogativo che dobbiamo porci tante volte nella vita, incontrando persone ammalate, handicappate, sfortunate, provate dalla vita, piene di dolori e di sventure.
La risposta è facile e viene dal Vangelo: «Amerai il prossimo tuo come te stesso", dice Gesù (Luc. 10, 27). Questo è il «comandamento nuovo" in base al quale saremo giudicati, perché «questa è tutta la Legge e i Profeti" (Matt. 7, 12).
In altre parole, tutto quello che ho ricevuto dalla vita, da Dio, dai genitori, dalla fortuna di nascere in Italia, non è mio, mi è dato solo in uso, ma appartiene a tutti gli uomini. lo ho ricevuto tanto, perché possa aiutare chi ha ricevuto di meno. Certo, noi dobbiamo vivere anzitutto la nostra vita, pensare alla nostra famiglia, ma anche aprire il cuore alle necessità di tutti. L'egoista non è mai felice e la mia felicità sta nel far felici gli altri.
Lo dico a tutti i genitori: se volete che i vostri figli siano felici, non insegnate loro a essere prepotenti, a occupare i primi posti, a fare carriera, a guadagnare molti soldi. Insegnategli a essere buoni. Perché «Dio è con l'uomo buono» (2 Cr. 19, 11).
Commenti
Posta un commento