Nella Trinità il volto dell’uomo
Il MISTERO TRINITARIO IN S. MARIA MADDALENA DE’ PAZZI
«È mistico colui o colei che non può
fermare il cammino e che, con la certezza di ciò che gli/le manca, di
ogni luogo e oggetto sa che non è questo, che qui non si può risiedere né contentarsi di quello. Il desiderio crea un eccesso. Eccede, passa e perde i luoghi. Fa andare più lontano, altrove. Non abita da nessuna parte. È abitato»[1].
All’origine del cammino spirituale di
Maria Maddalena c’è un volto. È il volto di Gesù, da cui Maddalena si
sente amata: «O, Jesu mio Amore, Pazzo d'Amore, Pazzo d'amore, dico che
sei. O, Jesu mio» (QG, 136), che la stupisce, la incanta, la conquista, e
da cui si lascia abitare.
Di lui, «humanato Verbo…, inchiovellato
in croce» (PRO II, 103), nel frammento e nella debolezza della sua
esistenza, vuole diventare trasparenza. Per cui lo supplica: «Verbo,
deh, non ritrar da me la virtù della tua Divinità, te ne prego, ma
conservami, Signor mio, in quella innocentia che mi desti da principio.
Conserva il' patto che conferisti in te per me. (…) Conserva lo Spirito
Santo tuo in me» (RE, 60)
Dove c’è Cristo c’è la Trinità
Cristo, quindi, è al centro
dell’esperienza mistica di M. Maddalena. È in lui che si sente visitata
dalla tenerezza di Dio. Lui è il pastore buono che si fa ladro
per noi per consegnarci il respiro di Dio: «Di', o Verbo, esclama la
santa, che sei buon pastore e che non sei ladro (cf. Jo. 10,8)! Et io
ardirò di dire che non veddi mai il' maggior ladro di te, e che rubassi
cosa tanto importante. Entri nell'habitante seno del' tuo eterno Padre e
rubi il' suo e tuo divinissimo essere, e ne fai donativo alla creatura
assumendo in te il' suo essere fragile e mortale». (RE, 132).
L’umanato Verbo non è solo il datore
della vita divina, ma anche la porta che introduce la creatura nel
respiro di Dio: «Sei l'uscio (cf. Jo. 10,7), o Verbo, per il quale noi
entriamo al' Padre». (RE, 132).
Il mistero di Cristo, però, per la
mistica fiorentina, non è evento a se stante, «dove entra il Verbo, -lei
ci ricorda- entra tutta la Trinità che egli contiene in sé» (RE, 136).
Nel mistero di Cristo, quindi, nel suo
“sangue versato” (simbolo con il quale Maddalena indica il mistero
pasquale) (cf RE, 150), è la Trinità Santa che si fa presente e opera:
«Opera questo gran Padre nel' circuito del' cielo e nell'abbisso della
terra. Lo Spirito Santo così ascosamente concorre all'operatione del'
Padre. Il' Verbo (per dir così) si sta nel' seno di esso Padre
morto, tacendo e loquendo, facendosi cieco e vedendo ogni cosa, non
eleggendo di operare è l'operante».(RE, 149).
Nell’insieme delle sue riflessioni, quindi, M. Maddalena ha una visione teologica certamente trinitaria.
Dio non è solitudine ma comunione
Molto spesso, la mistica fiorentina si
ferma a contemplare il mistero della Trinità, e non potendo descriverlo
con categorie teologiche, - «i santi non speculano. Vivono il mistero,
poi lasciano cantare la loro intelligenza»[2],
- ne suggerisce la vitalità profonda con linguaggio simbolico: «O che
bel circolo è questo della S.ma Trinità, inscrutabile, incomprensibile.
In questo circolo vi è uno specchio, un libro e un fonte. Nello specchio
devo rimirare, nel' libro studiare e nel' fonte bagnarmi. Lo specchio
sta nel' Verbo humanato; il' libro nel' Padre, cioè nel' suo petto; il'
fonte nello Spirito Santo». (PRO II, 102).
A partire dallo sguardo fisso in questo
mistero, M. Maddalena evidenzia sempre più il tema dei rapporti
reciproci tra le persone della Trinità, cari alla teologia dei Padri e
cosi bene espressi, per esempio, nell’icona della Trinità di A. Rublëv,
dove il movimento tematico è sostenuto delle linee e delle forme della
composizione.
La mistica mostra questa comunione
profonda attraverso similitudini diverse: «Onde vedeva quelle tre Divine
Persone influirsi l'una l'altra li sua divini influssi, con un modo
indicibile. Il' Padre influiva al' Figliuolo, el' Figliuolo rinfluiva
nel' Padre. Influiva ancora esso Padre et Figliuolo allo Spirito Santo;
et esso Spirito santo rinfluiva nel' Padre e nel' Figliuolo, e
continuamente vedeva mandarsi essi divini influssi» (CO I, 114).
Nella Trinità il volto dell’uomo e il senso della storia
Per molti che si dicono credenti, Dio è
qualcosa di vago, di lontano, è il divino; e da un Dio così, la nostra
comodità è ben poco turbata. M. Maddalena, nelle sue meditazioni ad alta
voce, oltre a sottolineare che Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo,
grida che egli è comunione. La sua vita intima, eterna, ciò che lo
costituisce Dio, è il suo essere in comunione. E, la sua, è una comunione che
eccede, per usare il suo lessico, e lo rende “comunicativo”, lo mette
in esodo continuo per rendere ciò che crea partecipe dell’armonia e
della pace presente nella comunione trinitaria.
M. Maddalena, dando voce a
Dio Padre, gli fa dire: «Fu data questa pace imparadiso nel' throno
della Trinità, fra la divinità e l’humanità (…), fra il Verbo e la
creatura, fra la creatura e il Verbo. (…) Et quando? Ab eterno, non si
può intendere né investigar il' principio» (RE, 76).
Tutta la creazione, quindi, per
Maddalena è connotata dalla presenza della Trinità ed ha una vocazione
alla comunione e alla pace. L'uomo però costituisce il vertice di questa
presenza di pace di Dio.
«Si dette molto più essa pace, racconta
la santa, quando nel' risguardo che facemo l'una Persona nell'altra si
concepì il' già concetto huomo. Et non fu essa pace di spirare ma di
risguardar, nel' qual risguardo c'invaghimo tanto della grandezza e
bontà di noi, che senza desiderare desideramo d'un desio immenso di
comunicare questa nostra bontà. Et non trovando chi fussi capace di
poter ricevere tal comunicatione, sendo io Dio comunicabile per me
stesso, deliberammo di creare il' già concetto huomo a nostra immagine e
similitudine, mostrando in ciò il' maggiore amore che potessi mostrare
con dargli essa nostra immagine e similitudine, non havendo fatto ciò in
nessuna dell'altre creature. E così fu creata una nuova trinità acciò
ancora in essa si potessi dare questa pace» (RE , 77).
L'uomo è stato fatto a immagine e
somiglianza del Creatore. L’immagine di Dio nell’uomo non è qualcosa che
si aggiunge a lui, ma è l’uomo stesso. Si ha l’impressione, leggendo le
meditazioni di Maddalena, che lei, nel descriverci il volto trinitario del Dio amore, in Esso e per Esso desideri, presentarci anche il volto dell'uomo “nuova trinità”, “trinità creata” e il senso della storia.
Quindi, tutta l’opera della Trinità si
presenta, alla carmelitana fiorentina, come un’offerta di pace, di amore
riconciliato, che sorge dal Padre e, per il Verbo, attraverso l’opera
dello Spirito, si estende alla creazione e in particolare all’uomo reso
“trinità creata”.
Il fatto che Dio sia Trinità e che
l’uomo porti in sé il suo dinamismo, è di vitale importanza per noi
uomini. Infatti, se l’essenza di Dio è comunione, allora la
vita dell’uomo “trinità creata” sarà caratterizzata dalla comunione,
altrimenti la vita dell’uomo sarà caratterizzata dall’individualismo,
con tutte le sue conseguenze. L’uomo porta nel suo DNA la necessità
intrinseca della relazione e della comunione, la vocazione alla pace. Il
negarsi a questa vocazione è il peccato vero, è il suo fallimento. E in
questo fallimento si è imbarcato l’uomo!
L’illusione dell’uomo
La creatura umana “trinità creata”
oggetto della tenerezza e della pace di Dio, creata per «partecipare e
gioire della vita della Trinità increata» (RE, 77), non accoglie questo
progetto di Dio, e, sedotta dalla suggestione di essere Dio a se stessa,
si inventa un suo progetto. Dice Maddalena: la creatura «fece un
consiglio tutto contrario di quello che haveva fatto Dio perché
s'invaghì tanto di esso suo essere che si volse fare maggior di esso Dio
che l'haveva creata, pensandosi che per mangiar dell'albero vietato
diventare un altro Dio» (RE, 160-161).
Il peccato quindi è pretesa orgogliosa
di non accettare di essere creatura amata. Questo fallimento del cuore
umano è evento di dimensioni cosmiche, porta disarmonia nel mondo e
riduce l’uomo a relitto di un tragico naufragio. Infatti per l’uomo,
«...gli intervenne tutto il contrario di quello che la pensava, che in
cambio di esaltarsi, si annichilò tanto che non solo non diventò Dio ma
si rese incapace di poter intendere esso Dio e ricevere in sé i doni
sua» (RE, 161).
L’umanità abbagliata dalle proprie
illusioni, si ritrova in un vicolo cieco da cui è incapace di uscire.
Divenuta «creatura tanto tenebrosa per la già persa innocentia e peccato
commesso, per la gran cecità sua non vedeva la miseria nella quale essa
si ritrovava, di modo che non si curava né cercava di uscirne» (RE,
84).
Dio non si rassegna e ricrea la “già creata creatura”
Di fronte a questa ottusità, però, c’è
un amore che non si rassegna, è l’amore della Trinità santa che «senza
esser mossa da essa creatura, e anzi sendogli contraria.» (RE, 84),
mette in movimento un nuovo consiglio/progetto per ricreare la “già
creata creatura” (cf RE, 161).
Questo gesto è ancora espressione del
sovrabbondante amore trinitario, ma si concretizza nel mistero di Gesù, è
lui che prendendo la carne umana educa questa carne alla via della pace
e del ritorno nella casa del Padre. Scrive la mistica: «Et essa via era
necessario che l'insegnassi un gran personaggio, et l'insegnassi più
con opere che con le parole, acciò che ciascuno potessi camminare per
essa liberamente» (RE , 77).
Nella prospettiva di Maddalena è
l’amore che dinamizza la vita della Trinità nella creazione, nella
redenzione e nella santificazione dell’uomo. Soprattutto l’incarnazione
del Verbo, che la santa indica come sintesi dell’amore redentivo, è
evento che scaturisce da uno sguardo d’amore tra il Padre e il Figlio.
C’è un testo bellissimo che mi piace riportare nel quale, parafrasando
l’affermazione di Gesù: «Desiderio desideravi hoc pasca manducare vobiscum»
(Lc 22,15), M. Maddalena commenta: «Intese nella Incarnatione per essi
dua desiderii, l'amore che mosse il' Padre a mandare il' Verbo et quello
che mosse esso stesso Verbo a venire a pigliar la nostra humanità, come
ch'el' Padre eterno dicessi: "desidero, Figliuol mio, che pigli carne
humana". Rispose esso Figliuolo: desideravi. Non che esso
Figliuolo l'havessi desiderato inanzi al' Padre, ma per mostrare la
prontezza della sua obedientia. "Se, o Padre, hai questo desiderio che
io mi hunisca con l'humanità, et io desideravi, dico ne sono
più che contento di fare questa pasqua, questo passaggio di congiugnere
la mia Divinità all'humanità". Non che Dio parli o desideri, ma per modo
di dire che noi intendiamo.
Desiderio adunque vuol dire l'amore che mosse il Padre a darci il' Verbo suo Unigenito Figliuolo; desideravi,
l'amore che mosse esso Figliuolo a venire e la prontezza della sua
obedientia. Et questo amore che muove le dua Persone, il' Padre a
mandare, e il' Figliuolo a venire, propriamente è lo Spirito Santo che è
la terza Persona della S.ma Trinità, sendo che in essa assuntione
dell'humanità nostra vi concorse tutt'a tre esse divine Persone» (CO I,
223).
La storia dell’uomo parabola del divenire trinitario
Il mistero di Cristo, quindi, per M.
Maddalena è evento Trinitario che si fa storia e segna definitivamente
del suo divenire eterno il divenire dell’uomo, dà vita a un uomo nuovo.
Questa profondo progetto trinitario resta però infecondo se non viene assunto nella libertà della coscienza dell'uomo.
Che questo avvenga, che ci si decida per Dio, però, non è facile. Perché mentre Dio è un bacio:
«L'esercitio del' Verbo è di osculare e di ricever l'osculo» (CO II,
257) e ci dona il suo respiro, il suo spirito, che ricrea, in modo
gratuito e, come dice S. Giovanni della Croce, «in modo conforme al suo
passo, cioè tutto in una volta» (Cantico B, 23,6), il
coinvolgimento dell’uomo, al suo sguardo d’amore, avviene «per via di
perfezione, a poco a poco…, al passo dell’anima» (Cantico B, 23,6).
Per accogliere Gesù, carezza, bacio di
Dio, il quale «non vuole che tra l’Anima e l’Amor Jesu, vi sia altro
mezzo, se non lui stesso Amore» (QG, 201) bisogna fare spazio, vuoto,
bisogna saper lasciare gli scampoli di sicurezza a cui
si rimane aggrappati. Chi si apre alla luce di Dio, però, spesso avverte
che la sua esistenza è già piena, di un “io ipertrofico” «il pestifero
amor proprio» lo chiama M. Maddalena, e aggiunge che esso è: «il'
maggior traditore che habbi l'anima, il' quale fa appunto come Giuda: ci
bacia e ci tradisce» (PRO II, 137). Esso la fa da padrone imponendo una
sua logica e le sue esigenze.
Per accogliere Gesù, bacio di Dio, ci
dice M. Maddalena, bisogna fare un esodo da noi stessi, cioè, bisogna
uscire da questa forma di filautia che chiude in se stessi. È
come uscire dall’Egitto, (cf QG 186), è quindi un cammino faticoso, che
deve fare i conti col deserto, e che è sempre condizionato dalla
nostalgia del passato. Si tratta di ingaggiare una battaglia che dura
tutta la vita, perché «l'amor proprio ci accompagna sempre, comincia
dalle fascie, fin che habbiamo coperto il' volto» (PRO II, 173).
Chi si decide, in modo responsabile per
Cristo (per la Trinità), però, da oggetto dell’amore di Dio, diventa lui
stesso frammento in cui affiora la passione e il dinamismo della
Trinità Santa, uomo nuovo, soggetto amante, capace di vivere pienamente
il suo presente nella creatività, nell’accoglienza e nella libertà.
La carità è specchio di Dio
Come si può capire, discernere se l’uomo
fa spazio a Dio e si lascia divinizzare? M. Maddalena ha
un’affermazione suggestiva: «la charità è specchio di te, Dio» (RE 205),
è come se ci dicesse: un’esistenza determinata dall’amore è “specchio”
frammento del volto di Dio. Un’esistenza che è creativa nell’amore, che
si fa accoglienza, che fugge la cattura dell’esclusività per andare
verso il bisogno d’amore dell’altro, è “specchio” del volto di Dio.
Per le resistenze presenti nel cuore
dell’uomo, si diventa frammento cristallino, in cui emerge il volto di
Dio, soggetto amante, in modo progressivo: si va da un amore meno
perfetto opacizzato dalle incrostazioni del proprio “io” , ad una
esistenza consegnata e del tutto trasparente, ove l’amore rifulge in
tutto il suo splendore.
Queste forme di amore che qualificano la
vita dell’uomo e ne segnano le tappe del suo cammino spirituale, da
Maria Maddalena sono chiamate: amore esercitativo, amore impaziente,
amore penoso, amore relassativo (cf RE, 207).
L’amore esercitativo: «dura
tanto che l'anima sia condotta alla perfettione dell'altri tre amori,
sendo che quando gli ha acquistati non ha più bisogno di essercitarsi in
quell'opere che la conducono a quel grado. Et questi che hanno, o vero
sono in tal amore essercitativo, subito che gli manca una cosa minima di
quello che vorrebbono, vengono a confusione e tristitia, o vero si
danno in tutto alle cose transitorie perché non amono Dio per Dio come
si debbe amare, ma Dio per loro stessi» (RE, 207).
L’amore impaziente:
è un amore largamente condizionato da quel povero “io” di cui parla
anche Paolo in Rm 7, 14-25, per cui è sempre smanioso: «Questo non ha
fermezza né stabilità in cosa alcuna, nel' quale Dio non può fare il'
suo riposo, però che non può habitare se non ne' cuori quieti, et esso,
per esser tanto impatiente, non si lassa possedere a esso Dio. Gli dà
noia e' sua prossimi, dico di vedergli camminare a maggior perfettione
di lui; non stima e' sua maggiori, delli equali non fa conto. (…)
Vorrebbe lui amare et esser più virtuoso di loro…» (RE, 207-208).
L’amore penoso:
qui la pena è ancora determinata dalla centralità del’io che si
rattrista perché non percepisce sensibilmente l’amore di Dio. Dice M.
Maddalena: «L'altro amore si domanda penoso, il' quale non è anco in
tutto lodevole, però che quando manca punto di sentimento di esso amore
sente tanta pena che non ha bene in se stesso, però che gli par di
meritar l'inferno, e non si duole né ha pena per amor di Dio, ma per
paura e amor di se stessa, che non vorrebbe patire» (RE, 208-209).
L’amore relassativo: lo
potremmo chiamare amore di consegna, perché lascia intravedere
l’attenggiamento interiore di chi mette nelle mani di Dio la propria
vita.
M. Maddalena lo spiega così:«O, questo
amor relassativo…, è quello che grandemente desidero, ma non lo
posseggo. Et come è? Amore in tutto relassato, di modo che nulla vuole,
nulla possiede, nulla desidera. Non aspira a nessuna perfettione, non si
ferma in nessun dono, non considera a qual perfettione potrebbe venire,
né in quella che è stato, né manco in quella che è, ma solo, solo, ha
la suo mira a honorare Dio. (…) Quella creatura che possiede quest'amore
relassativo, o vero è posseduto da esso amore, non si cura che Dio
operi in lei in questo o in quell'altro modo, come quel Santo e
quell'altro…, ma solo, solo desidera e cerca che Dio sia honorato, o per
lei o per altri, o in quel modo o in quell'altro, non gli dà noia» (RE,
209-210).
Quest’amore è puro dono, è questa presenza che qualifica il mistico come mistico.
Questo amore consegnato è chiamato anche, anzi direi, sottolineato, da M. Maddalena, come amore morto e di questo amore la santa dice: Questo amore morto
«non desidera, non vuole, non brama e non cerca cosa nessuna, però che
l'anima che possiede questo amore, per la morta relassatione che ha
fatta di sé in Dio, non desidera conoscerlo, intenderlo, né gustarlo.
Nulla vuole, nulla sa e nulla vuol potere. Et tanto s'humilia se gli
fussi detto che la fussi Dio, quanto se gli dicessi che la fussi un
Demonio. Et tanto si inalza quando gli fussi detto: 'tu hai a fruire il'
paradiso', quanto 'tu hai andar nell'inferno', perché la pena non gli è
pena e la gloria non la cerca, vivendo al' tutto come morta» (RE, 211).
Chi vive questo amore, è creatura,
visitata da Dio Trinità nel mistero di Gesù crocifisso, che porta nella
sua fragilità la stessa passione d’amore e come «il' Verbo muore in
croce. E muore ancora essa anima con quella perfetta relassatione che fa
di se stessa in Dio, nulla intendendo, nulla sapendo e nulla, nulla
volendo se non tanto quanto esso Verbo vuole che sia fatto in lei, per
lei e da lei» (RE, 263).
In questa vissuto c’è l’epifania del
mistero pasquale, e questa esistenza rende presente nella storia il
volto della Trinità. Questa esistenza evangelizza!
La missione della ”trinità creata”
Questo itinerario nell’amore porta la
creatura a recuperare «la prima innocentia, diventa simile e equale a
Dio, non per natura ma per participatione e gratia.» (RE, 285). Questa
creatura, acquista lo stile, la passione di Dio, «nasce in questa
trinità dell'anima, ricorda la mistica fiorentina, tutti gli effetti e
affetti che nascono nelle tre Persone divine per participatione in atto
d'amore» (RE, 284).
Essa si dilata a misura di Dio verso i
fratelli: «comunica e' doni e gratie ricevute da Dio a' suo prossimi,
acciò sendone essi partecipi ne possin far frutto insieme con lei. Et se
una vuol vedere quanto Dio si compiace in lei, guardi quanto è
comunicativa, dico tanto de' beni spirituali come ancora de' temporali,
tanto di quelli che possiede quanto di quelli che desidera…» (RE, 284).
E conclude Maddalena, con linguaggio
ardito, essa «ricrea Dio» nelle anime: « (Come)la Trinità eterna… mandò
il' Verbo a incarnarsi e a redimer l'huomo. Tanto ardirò di dire che fa
l'anima, e non potendo essa ricrear l'huomo, che fa? Ricrea Dio. O come
può essa ricreare Dio? Lo ricrea in quell'anime che l'hanno perso, e per
esse anime ricuperate si dice esser ricreato Dio» (RE, 286).
Per concludere
Qualcuno ha scritto: «I mistici sono la
scolta avanzata dell’armata degli eletti. Sono le spie che avanzando
senza esitazioni sono entrate, prima della morte, nella terra promessa
per riferire ai loro compagni di viaggio nel deserto qualcosa di essa»
(E. Watkin).
M. Maddalena è senz’altro una di queste
spie che si fa nostra compagna di viaggio e racconta a noi qualcosa del
respiro di Dio, sta a noi lasciarci contagiare, accogliere questo
respiro e proseguire, con speranza, il nostro viaggio nel deserto della
vita.
Lei che ha vissuto il suo cammino
spirituale ancorata alla categoria dell’interiorità, della mistica e di
una mistica rigidamente trinitaria, nell’epoca dell’eccessivo attivismo
ecclesiale, è un richiamo all’assoluta necessità della contemplazione,
vista però in modo disinteressato, senza riferimento a frutti e a
vantaggi constatabili.
Il suo vissuto trinitario è richiamo
particolarmente significativo per l’uomo di oggi tentato di
individualismo narcisista. A quest’uomo M. Maddalena ricorda che
l'esistenza battesimale sarà tanto più realizzata, quanto più saprà
accogliere in sé la presenza vivificante del mistero trinitario e saprà
esprimerla in gesti di amore e di fede, nella speranza che non delude.
M. Maddalena ricorda a tutti che dalla
densità della vita interiore, non dell’intimismo, dipende la qualità
della vita personale, delle relazioni affettive e di amicizia,
dell’impegno ecclesiale in questo nostro mondo.
Alberto Neglia
Fraternità Carmelitana
98051 Pozzo di Gotto (ME)
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