Nella Trinità il volto dell’uomo

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Alberto Neglia, O.Carm.

Il MISTERO TRINITARIO IN S. MARIA MADDALENA DE’ PAZZI

 «È mistico colui o colei che non può fermare il cammino e che, con la certezza di ciò che gli/le manca, di ogni luogo e oggetto sa che non è questo, che qui non si può risiedere né contentarsi di quello. Il desiderio crea un eccesso. Eccede, passa e perde i luoghi. Fa andare più lontano, altrove. Non abita da nessuna parte. È abitato»[1].
All’origine del cammino spirituale di Maria Maddalena c’è un volto. È il volto di Gesù, da cui Maddalena si sente amata: «O, Jesu mio Amore, Pazzo d'Amore, Pazzo d'amore, dico che sei. O, Jesu mio» (QG, 136), che la stupisce, la incanta, la conquista, e da cui si lascia abitare.
Di lui, «humanato Verbo…, inchiovellato in croce» (PRO II, 103), nel frammento e nella debolezza della sua esistenza, vuole diventare trasparenza. Per cui lo supplica: «Verbo, deh, non ritrar da me la virtù della tua Divinità, te ne prego, ma conservami, Signor mio, in quella innocentia che mi desti da principio. Conserva il' patto che conferisti in te per me. (…) Conserva lo Spirito Santo tuo in me» (RE, 60)

Dove c’è Cristo c’è la Trinità

Cristo, quindi, è al centro dell’esperienza mistica di M. Maddalena. È in lui che si sente visitata dalla tenerezza di Dio. Lui è il pastore buono che si fa ladro per noi per consegnarci il respiro di Dio: «Di', o Verbo, esclama la santa, che sei buon pastore e che non sei ladro (cf. Jo. 10,8)! Et io ardirò di dire che non veddi mai il' maggior ladro di te, e che rubassi cosa tanto importante. Entri nell'habitante seno del' tuo eterno Padre e rubi il' suo e tuo divinissimo essere, e ne fai donativo alla creatura assumendo in te il' suo essere fragile e mortale». (RE, 132).
L’umanato Verbo non è solo il datore della vita divina, ma anche la porta che introduce la creatura nel respiro di Dio: «Sei l'uscio (cf. Jo. 10,7), o Verbo, per il quale noi entriamo al' Padre». (RE, 132).
Il mistero di Cristo, però, per la mistica fiorentina, non è evento a se stante, «dove entra il Verbo, -lei ci ricorda- entra tutta la Trinità che egli contiene in sé» (RE, 136).
Nel mistero di Cristo, quindi, nel suo “sangue versato” (simbolo con il quale Maddalena indica il mistero pasquale) (cf RE, 150), è la Trinità Santa che si fa presente e opera: «Opera questo gran Padre nel' circuito del' cielo e nell'abbisso della terra. Lo Spirito Santo così ascosamente concorre all'operatione del' Padre. Il' Verbo (per dir così) si sta nel' seno di esso Padre morto, tacendo e loquendo, facendosi cieco e vedendo ogni cosa, non eleggendo di operare è l'operante».(RE, 149).
Nell’insieme delle sue riflessioni, quindi, M. Maddalena ha una visione teologica certamente trinitaria.

Dio non è solitudine ma comunione

Molto spesso, la mistica fiorentina si ferma a contemplare il mistero della Trinità, e non potendo descriverlo con categorie teologiche, - «i santi non speculano. Vivono il mistero, poi lasciano cantare la loro intelligenza»[2], -  ne suggerisce la vitalità profonda con linguaggio simbolico: «O che bel circolo è questo della S.ma Trinità, inscrutabile, incomprensibile. In questo circolo vi è uno specchio, un libro e un fonte. Nello specchio devo rimirare, nel' libro studiare e nel' fonte bagnarmi. Lo specchio sta nel' Verbo humanato; il' libro nel' Padre, cioè nel' suo petto; il' fonte nello Spirito Santo». (PRO II, 102).
A partire dallo sguardo fisso in questo mistero, M. Maddalena evidenzia sempre più il tema dei rapporti reciproci tra le persone della Trinità, cari alla teologia dei Padri e cosi bene espressi, per esempio, nell’icona della Trinità di A. Rublëv, dove il movimento tematico è sostenuto delle linee e delle forme della composizione.
La mistica mostra questa comunione profonda attraverso similitudini diverse: «Onde vedeva quelle tre Divine Persone influirsi l'una l'altra li sua divini influssi, con un modo indicibile. Il' Padre influiva al' Figliuolo, el' Figliuolo rinfluiva nel' Padre. Influiva ancora esso Padre et Figliuolo allo Spirito Santo; et esso Spirito santo rinfluiva nel' Padre e nel' Figliuolo, e continuamente vedeva mandarsi essi divini influssi» (CO I, 114).

Nella Trinità il volto dell’uomo e il senso della storia

Per molti che si dicono credenti, Dio è qualcosa di vago, di lontano, è il divino; e da un Dio così, la nostra comodità è ben poco turbata. M. Maddalena, nelle sue meditazioni ad alta voce, oltre a sottolineare che Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo, grida che egli è comunione. La sua vita intima, eterna, ciò che lo costituisce Dio, è il suo essere in comunione. E, la sua, è una comunione che eccede, per usare il suo lessico, e lo rende “comunicativo”, lo mette in esodo continuo per rendere ciò che crea partecipe dell’armonia e della pace presente nella comunione trinitaria.
M. Maddalena, dando voce a Dio Padre, gli fa dire: «Fu data questa pace imparadiso nel' throno della Trinità, fra la divinità e l’humanità (…), fra il Verbo e la creatura, fra la creatura e il Verbo. (…) Et quando? Ab eterno, non si può intendere né investigar il' principio» (RE, 76).
Tutta la creazione, quindi, per Maddalena è connotata dalla presenza della Trinità ed ha una vocazione alla comunione e alla pace. L'uomo però costituisce il vertice di questa presenza di pace di Dio.
«Si dette molto più essa pace, racconta la santa, quando nel' risguardo che facemo l'una Persona nell'altra si concepì il' già concetto huomo. Et non fu essa pace di spirare ma di risguardar, nel' qual risguardo c'invaghimo tanto della grandezza e bontà di noi, che senza desiderare desideramo d'un desio immenso di comunicare questa nostra bontà. Et non trovando chi fussi capace di poter ricevere tal comunicatione, sendo io Dio comunicabile per me stesso, deliberammo di creare il' già concetto huomo a nostra immagine e similitudine, mostrando in ciò il' maggiore amore che potessi mostrare con dargli essa nostra immagine e similitudine, non havendo fatto ciò in nessuna dell'altre creature. E così fu creata una nuova trinità acciò ancora in essa si potessi dare questa pace» (RE , 77).
L'uomo è stato fatto a immagine e somiglianza del Creatore. L’immagine di Dio nell’uomo non è qualcosa che si aggiunge a lui, ma è l’uomo stesso. Si ha l’impressione, leggendo le meditazioni di Maddalena, che lei, nel descriverci il volto trinitario del Dio amore, in Esso e per Esso desideri, presentarci anche il volto dell'uomo “nuova trinità”, “trinità creata” e il senso della storia.
Quindi, tutta l’opera della Trinità si presenta, alla carmelitana fiorentina, come un’offerta di pace, di amore riconciliato, che sorge dal Padre e, per il Verbo, attraverso l’opera dello Spirito, si estende alla creazione e in particolare all’uomo reso “trinità creata”.
Il fatto che Dio sia Trinità e che l’uomo porti in sé il suo dinamismo, è di vitale importanza per noi uomini. Infatti, se l’essenza di Dio è comunione, allora la vita dell’uomo “trinità creata” sarà caratterizzata dalla comunione, altrimenti la vita dell’uomo sarà caratterizzata dall’individualismo, con tutte le sue conseguenze. L’uomo porta nel suo DNA la necessità intrinseca della relazione e della comunione, la vocazione alla pace. Il negarsi a questa vocazione è il peccato vero, è il suo fallimento. E in questo fallimento si è imbarcato l’uomo!

L’illusione dell’uomo

La creatura umana “trinità creata” oggetto della tenerezza e della pace di Dio, creata per «partecipare e gioire della vita della Trinità increata» (RE, 77), non accoglie questo progetto di Dio, e, sedotta dalla suggestione di essere Dio a se stessa, si inventa un suo progetto. Dice Maddalena: la creatura «fece un consiglio tutto contrario di quello che haveva fatto Dio perché s'invaghì tanto di esso suo essere che si volse fare maggior di esso Dio che l'haveva creata, pensandosi che per mangiar dell'albero vietato diventare un altro Dio» (RE, 160-161).
Il peccato quindi è pretesa orgogliosa di non accettare di essere creatura amata. Questo fallimento del cuore umano è evento di dimensioni cosmiche, porta disarmonia nel mondo e riduce l’uomo a relitto di un tragico naufragio. Infatti per l’uomo, «...gli intervenne tutto il contrario di quello che la pensava, che in cambio di esaltarsi, si annichilò tanto che non solo non diventò Dio ma si rese incapace di poter intendere esso Dio e ricevere in sé i doni sua» (RE, 161).
L’umanità abbagliata dalle proprie illusioni, si ritrova in un vicolo cieco da cui è incapace di uscire. Divenuta «creatura tanto tenebrosa per la già persa innocentia e peccato commesso, per la gran cecità sua non vedeva la miseria nella quale essa si ritrovava, di modo che non si curava né cercava di uscirne» (RE, 84).

Dio non si rassegna e ricrea la “già creata creatura”

Di fronte a questa ottusità, però, c’è un amore che non si rassegna, è l’amore della Trinità santa che «senza esser mossa da essa creatura, e anzi sendogli contraria.» (RE, 84), mette in movimento un nuovo consiglio/progetto per ricreare la “già creata creatura” (cf RE, 161).
Questo gesto è ancora espressione del sovrabbondante amore trinitario, ma si concretizza nel mistero di Gesù, è lui che prendendo la carne umana educa questa carne alla via della pace e del ritorno nella casa del Padre. Scrive la mistica: «Et essa via era necessario che l'insegnassi un gran personaggio, et l'insegnassi più con opere che con le parole, acciò che ciascuno potessi camminare per essa liberamente» (RE , 77).
 Nella prospettiva di Maddalena è l’amore che dinamizza la vita della Trinità nella creazione, nella redenzione e nella santificazione dell’uomo. Soprattutto l’incarnazione del Verbo, che la santa indica come sintesi dell’amore redentivo, è evento che scaturisce da uno sguardo d’amore tra il Padre e il Figlio. C’è un testo bellissimo che mi piace riportare nel quale, parafrasando l’affermazione di Gesù: «Desiderio desideravi hoc pasca manducare vobiscum» (Lc 22,15), M. Maddalena commenta: «Intese nella Incarnatione per essi dua desiderii, l'amore che mosse il' Padre a mandare il' Verbo et quello che mosse esso stesso Verbo a venire a pigliar la nostra humanità, come ch'el' Padre eterno dicessi: "desidero, Figliuol mio, che pigli carne humana". Rispose esso Figliuolo: desideravi. Non che esso Figliuolo l'havessi desiderato inanzi al' Padre, ma per mostrare la prontezza della sua obedientia. "Se, o Padre, hai questo desiderio che io mi hunisca con l'humanità, et io desideravi, dico ne sono più che contento di fare questa pasqua, questo passaggio di congiugnere la mia Divinità all'humanità". Non che Dio parli o desideri, ma per modo di dire che noi intendiamo.
Desiderio adunque vuol dire l'amore che mosse il Padre a darci il' Verbo suo Unigenito Figliuolo; desideravi, l'amore che mosse esso Figliuolo a venire e la prontezza della sua obedientia. Et questo amore che muove le dua Persone, il' Padre a mandare, e il' Figliuolo a venire, propriamente è lo Spirito Santo che è la terza Persona della S.ma Trinità, sendo che in essa assuntione dell'humanità nostra vi concorse tutt'a tre esse divine Persone» (CO I, 223).

La storia dell’uomo parabola del divenire trinitario

Il mistero di Cristo, quindi, per M. Maddalena è evento Trinitario che si fa storia e segna definitivamente del suo divenire eterno il divenire dell’uomo, dà vita a un uomo nuovo.
Questa profondo progetto trinitario resta però infecondo se non viene assunto nella libertà della coscienza dell'uomo.
Che questo avvenga, che ci si decida per Dio, però, non è facile. Perché mentre Dio è un bacio: «L'esercitio del' Verbo è di osculare e di ricever l'osculo» (CO II, 257) e ci dona il suo respiro, il suo spirito, che ricrea, in modo gratuito e, come dice S. Giovanni della Croce, «in modo conforme al suo passo, cioè tutto in una volta» (Cantico B, 23,6), il coinvolgimento dell’uomo, al suo sguardo d’amore, avviene «per via di perfezione, a poco a poco…, al passo dell’anima» (Cantico B, 23,6).
Per accogliere Gesù, carezza, bacio di Dio, il quale «non vuole che tra l’Anima e l’Amor Jesu, vi sia altro mezzo, se non lui stesso Amore» (QG, 201) bisogna fare spazio, vuoto, bisogna saper lasciare gli scampoli di sicurezza a cui si rimane aggrappati. Chi si apre alla luce di Dio, però, spesso avverte che la sua esistenza è già piena, di un “io ipertrofico” «il pestifero amor proprio» lo chiama M. Maddalena, e aggiunge che esso è: «il' maggior traditore che habbi l'anima, il' quale fa appunto come Giuda: ci bacia e ci tradisce» (PRO II, 137). Esso la fa da padrone imponendo una sua logica e le sue esigenze.
Per accogliere Gesù, bacio di Dio, ci dice M. Maddalena, bisogna fare un esodo da noi stessi, cioè, bisogna uscire da questa forma di filautia che chiude in se stessi. È come uscire dall’Egitto, (cf QG 186), è quindi un cammino faticoso, che deve fare i conti col deserto, e che è sempre condizionato dalla nostalgia del passato. Si tratta di ingaggiare una battaglia che dura tutta la vita, perché «l'amor proprio ci accompagna sempre, comincia dalle fascie, fin che habbiamo coperto il' volto» (PRO II, 173).
Chi si decide, in modo responsabile per Cristo (per la Trinità), però, da oggetto dell’amore di Dio, diventa lui stesso frammento in cui affiora la passione e il dinamismo della Trinità Santa, uomo nuovo, soggetto amante, capace di vivere pienamente il suo presente nella creatività, nell’accoglienza e nella libertà.

La carità è specchio di Dio

Come si può capire, discernere se l’uomo fa spazio a Dio e si lascia divinizzare? M. Maddalena ha un’affermazione suggestiva: «la charità è specchio di te, Dio» (RE 205), è come se ci dicesse: un’esistenza determinata dall’amore è “specchio” frammento del volto di Dio. Un’esistenza che è creativa nell’amore, che si fa accoglienza, che fugge la cattura dell’esclusività per andare verso il bisogno d’amore dell’altro, è “specchio” del volto di Dio.
Per le resistenze presenti nel cuore dell’uomo, si diventa frammento cristallino, in cui emerge il volto di Dio, soggetto amante, in modo progressivo: si va da un amore meno perfetto opacizzato dalle incrostazioni del proprio “io” , ad una esistenza consegnata e del tutto trasparente, ove l’amore rifulge in tutto il suo splendore.
Queste forme di amore che qualificano la vita dell’uomo e ne segnano le tappe del suo cammino spirituale, da Maria Maddalena sono chiamate: amore esercitativo, amore impaziente, amore penoso, amore relassativo (cf RE, 207).
L’amore esercitativo: «dura tanto che l'anima sia condotta alla perfettione dell'altri tre amori, sendo che quando gli ha acquistati non ha più bisogno di essercitarsi in quell'opere che la conducono a quel grado. Et questi che hanno, o vero sono in tal amore essercitativo, subito che gli manca una cosa minima di quello che vorrebbono, vengono a confusione e tristitia, o vero si danno in tutto alle cose transitorie perché non amono Dio per Dio come si debbe amare, ma Dio per loro stessi» (RE, 207).
L’amore impaziente: è un amore largamente condizionato da quel povero “io” di cui parla anche Paolo in Rm 7, 14-25, per cui è sempre smanioso: «Questo non ha fermezza né stabilità in cosa alcuna, nel' quale Dio non può fare il' suo riposo, però che non può habitare se non ne' cuori quieti, et esso, per esser tanto impatiente, non si lassa possedere a esso Dio. Gli dà noia e' sua prossimi, dico di vedergli camminare a maggior perfettione di lui; non stima e' sua maggiori, delli equali non fa conto. (…) Vorrebbe lui amare et esser più virtuoso di loro…» (RE, 207-208).
L’amore penoso: qui la pena è ancora determinata dalla centralità del’io che si rattrista perché non percepisce sensibilmente l’amore di Dio. Dice M. Maddalena: «L'altro amore si domanda penoso, il' quale non è anco in tutto lodevole, però che quando manca punto di sentimento di esso amore sente tanta pena che non ha bene in se stesso, però che gli par di meritar l'inferno, e non si duole né ha pena per amor di Dio, ma per paura e amor di se stessa, che non vorrebbe patire» (RE, 208-209).
L’amore relassativo: lo potremmo chiamare amore di consegna, perché lascia intravedere l’attenggiamento interiore di chi mette nelle mani di Dio la propria vita.
M. Maddalena lo spiega così:«O, questo amor relassativo…, è quello che grandemente desidero, ma non lo posseggo. Et come è? Amore in tutto relassato, di modo che nulla vuole, nulla possiede, nulla desidera. Non aspira a nessuna perfettione, non si ferma in nessun dono, non considera a qual perfettione potrebbe venire, né in quella che è stato, né manco in quella che è, ma solo, solo, ha la suo mira a honorare Dio. (…) Quella creatura che possiede quest'amore relassativo, o vero è posseduto da esso amore, non si cura che Dio operi in lei in questo o in quell'altro modo, come quel Santo e quell'altro…, ma solo, solo desidera e cerca che Dio sia honorato, o per lei o per altri, o in quel modo o in quell'altro, non gli dà noia» (RE, 209-210).
Quest’amore è puro dono, è questa presenza che qualifica il mistico come mistico.
Questo amore consegnato è chiamato anche, anzi direi, sottolineato, da M. Maddalena, come amore morto e di questo amore la santa dice: Questo amore morto «non desidera, non vuole, non brama e non cerca cosa nessuna, però che l'anima che possiede questo amore, per la morta relassatione che ha fatta di sé in Dio, non desidera conoscerlo, intenderlo, né gustarlo. Nulla vuole, nulla sa e nulla vuol potere. Et tanto s'humilia se gli fussi detto che la fussi Dio, quanto se gli dicessi che la fussi un Demonio. Et tanto si inalza quando gli fussi detto: 'tu hai a fruire il' paradiso', quanto 'tu hai andar nell'inferno', perché la pena non gli è pena e la gloria non la cerca, vivendo al' tutto come morta» (RE, 211).
Chi vive questo amore, è creatura, visitata da Dio Trinità nel mistero di Gesù crocifisso, che porta nella sua fragilità la stessa passione d’amore e come «il' Verbo muore in croce. E muore ancora essa anima con quella perfetta relassatione che fa di se stessa in Dio, nulla intendendo, nulla sapendo e nulla, nulla volendo se non tanto quanto esso Verbo vuole che sia fatto in lei, per lei e da lei» (RE, 263).
In questa vissuto c’è l’epifania del mistero pasquale, e questa esistenza rende presente nella storia il volto della Trinità. Questa esistenza evangelizza!

La missione della ”trinità creata”

Questo itinerario nell’amore porta la creatura a recuperare «la prima innocentia, diventa simile e equale a Dio, non per natura ma per participatione e gratia.» (RE, 285). Questa creatura, acquista lo stile, la passione di Dio, «nasce in questa trinità dell'anima, ricorda la mistica fiorentina, tutti gli effetti e affetti che nascono nelle tre Persone divine per participatione in atto d'amore» (RE, 284).
Essa si dilata a misura di Dio verso i fratelli: «comunica e' doni e gratie ricevute da Dio a' suo prossimi, acciò sendone essi partecipi ne possin far frutto insieme con lei. Et se una vuol vedere quanto Dio si compiace in lei, guardi quanto è comunicativa, dico tanto de' beni spirituali come ancora de' temporali, tanto di quelli che possiede quanto di quelli che desidera…» (RE, 284).
E conclude Maddalena, con linguaggio ardito, essa «ricrea Dio» nelle anime: « (Come)la Trinità eterna… mandò il' Verbo a incarnarsi e a redimer l'huomo. Tanto ardirò di dire che fa l'anima, e non potendo essa ricrear l'huomo, che fa? Ricrea Dio. O come può essa ricreare Dio? Lo ricrea in quell'anime che l'hanno perso, e per esse anime ricuperate si dice esser ricreato Dio» (RE, 286).

Per concludere

Qualcuno ha scritto: «I mistici sono la scolta avanzata dell’armata degli eletti. Sono le spie che avanzando senza esitazioni sono entrate, prima della morte, nella terra promessa per riferire ai loro compagni di viaggio nel deserto qualcosa di essa» (E. Watkin).
M. Maddalena è senz’altro una di queste spie che si fa nostra compagna di viaggio e racconta a noi qualcosa del respiro di Dio, sta a noi lasciarci contagiare, accogliere questo respiro e proseguire, con speranza, il nostro viaggio nel deserto della vita.
Lei che ha vissuto il suo cammino spirituale ancorata alla categoria dell’interiorità, della mistica e di una mistica rigidamente trinitaria, nell’epoca dell’eccessivo attivismo ecclesiale, è un richiamo all’assoluta necessità della contemplazione, vista però in modo disinteressato, senza riferimento a frutti e a vantaggi constatabili.
Il suo vissuto trinitario è richiamo particolarmente significativo per l’uomo di oggi tentato di individualismo narcisista. A quest’uomo M. Maddalena ricorda che l'esistenza battesimale sarà tanto più realizzata, quanto più saprà accogliere in sé la presenza vivificante del mistero trinitario e saprà esprimerla in gesti di amore e di fede, nella speranza che non delude.
M. Maddalena ricorda a tutti che dalla densità della vita interiore, non dell’intimismo, dipende la qualità della vita personale, delle relazioni affettive e di amicizia, dell’impegno ecclesiale in questo nostro mondo.

Alberto Neglia
Fraternità Carmelitana
98051 Pozzo di Gotto (ME)

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